Compiti a casa: tra autonomia, stress e nuove sfide educative
Ogni settembre riapre non solo la scuola, ma anche un dibattito antico e sempre attuale: quello sui compiti a casa.
Sono utili o no? Quanto servono davvero all’apprendimento? E, soprattutto, qual è il ruolo dei genitori?
Sui social le posizioni si dividono con toni accesi: da una parte chi rivendica il diritto dei bambini al tempo libero e la fatica dei genitori nel sostenere un carico di studio spesso sproporzionato, dall’altra chi afferma con fermezza che “i compiti si fanno da soli” e che aiutare i figli significa impedirne l’autonomia. Ma, come spesso accade in educazione, la verità sta nella complessità, non negli estremi.
L’autonomia è un traguardo, non un punto di partenza
L’obiettivo della scuola primaria è favorire lo sviluppo progressivo dell’autonomia, non presupporla.
Lasciare un bambino di sei o sette anni completamente solo di fronte ai compiti non favorisce la crescita, ma rischia di generare frustrazione e demotivazione.
Le neuroscienze dell’apprendimento (Immordino-Yang & Damasio, 2007; Tokuhama-Espinosa, 2011) mostrano che l’acquisizione di nuove competenze cognitive avviene più efficacemente in un contesto relazionale sicuro, dove l’adulto funge da regolatore emotivo e da “scaffold”, cioè da impalcatura temporanea che sostiene l’apprendimento fino a quando il bambino può procedere in autonomia.
È il principio della zona di sviluppo prossimale formulato da Lev Vygotskij (1934): ogni bambino impara meglio quando l’adulto si colloca appena al di sopra delle sue competenze, sostenendolo senza sostituirsi.
Autonomia, dunque, non significa assenza di accompagnamento, ma fiducia graduale. Un bambino abbandonato troppo presto all’autogestione non diventa autonomo: diventa ansioso o disinteressato.
I genitori di ieri e quelli di oggi: un cambiamento di contesto
Molti commenti nostalgici sui social evocano un passato in cui i genitori non si occupavano dei compiti e “nessuno è morto”.
Ma la verità è che le condizioni sociali, culturali e organizzative sono cambiate radicalmente.
Negli anni ’70 e ’80 la maggior parte delle madri non lavorava a tempo pieno, la scuola non prevedeva il tempo pieno obbligatorio, e i bambini trascorrevano più ore liberi, in spazi di socialità spontanea che oggi si sono ridotti o scomparsi (ISTAT, 2023).
Il tempo scuola e il tempo casa si intrecciano oggi in un modello completamente diverso, dove il bambino passa gran parte della giornata in contesti strutturati e supervisionati.
L’ansia da prestazione di molti genitori, spesso criticata, non nasce solo da iperprotezione, ma anche dal sentirsi soli nel sostenere un sistema scolastico che delega al tempo domestico una parte dell’apprendimento.
Cosa dicono le ricerche sui compiti
Il dibattito scientifico sull’efficacia dei compiti è aperto da decenni.
Una delle più ampie meta-analisi condotte da Harris Cooper (2006, Review of Educational Research) mostra che nei gradi scolastici superiori i compiti hanno una correlazione moderata con il rendimento, ma nella scuola primaria gli effetti sono molto più deboli.
John Hattie (2009), nella sua sintesi di oltre 800 meta-analisi, stima che l’impatto dei compiti sull’apprendimento sia variabile e fortemente dipendente dal tipo di attività proposta, dal feedback e dall’età.
La letteratura più recente (Dettmers et al., 2010; Trautwein & Köller, 2003) conferma che l’efficacia dei compiti dipende dalla qualità più che dalla quantità: compiti eccessivi, ripetitivi o mal progettati generano stress e riducono la motivazione intrinseca.
Dal punto di vista neurocognitivo, l’apprendimento significativo è legato all’elaborazione profonda delle informazioni e alla presenza di una motivazione autentica (Deci & Ryan, 2000). Quando i compiti vengono percepiti come mero obbligo, non stimolano curiosità né consolidano la memoria a lungo termine.
Il quadro normativo aggiornato
Oggi l’indirizzo ministeriale richiede attenzione ai tempi di vita degli alunni.
La Circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito del 28 aprile 2025, firmata dal ministro Valditara, invita le scuole a evitare l’assegnazione di compiti in serata per il giorno successivo e a favorire una pianificazione che sostenga la collaborazione scuola-famiglia.
Non si tratta di un divieto assoluto, ma di un’indicazione di buona prassi, coerente con i principi del benessere psico-fisico degli studenti e del rispetto dei loro tempi di apprendimento.
Cosa fanno gli altri Paesi
Nei sistemi educativi con i migliori esiti comparativi, come quelli analizzati dall’OECD (PISA 2022), il tempo dedicato ai compiti è moderato.
Gli studenti che svolgono entro due ore di compiti al giorno tendono ad avere risultati mediamente migliori rispetto a chi ne dedica molte di più, mentre carichi eccessivi correlano con maggiore stress e minore motivazione.
In Finlandia, ad esempio, i compiti esistono ma sono contenuti e focalizzati su attività di riflessione e consolidamento. In Francia e Spagna si discute da anni di un “droit au repos”, un diritto al tempo libero dei bambini.
I dati comparativi mostrano anche un effetto di disuguaglianza: i bambini provenienti da contesti socioeconomici più svantaggiati dedicano in media meno tempo ai compiti o ricevono meno supporto, con il rischio di ampliare i divari di apprendimento.
Verso una cultura dei compiti sostenibile
Il nodo non è se abolire o mantenere i compiti, ma come ripensarli.
Il lavoro domestico può essere un’occasione di consolidamento e autonomia solo se rispettoso dei tempi evolutivi, della qualità della vita familiare e dei ritmi di attenzione del bambino.
Un compito ben progettato stimola la curiosità e offre all’alunno la possibilità di riflettere su ciò che ha appreso, non di ripetere meccanicamente.
L’adulto, a casa, dovrebbe essere una base di sicurezza, non un controllore. Il suo ruolo non è sostituirsi all’insegnante, ma accompagnare la costruzione di metodo e fiducia.
Perché l’autonomia non si insegna imponendola, ma costruendola insieme.

