Immaginare una genitorialità possibile
Nella mia esperienza con le famiglie, ho spesso incontrato una forte resistenza a farsi aiutare, soprattutto in ambito scolastico, proprio da quei contesti che, a mio avviso, avrebbero potuto trarre un beneficio profondo da un percorso di sostegno alla genitorialità.
Paradossalmente, chi sceglie di contattarmi in studio è spesso un genitore – o una coppia – già in possesso di buoni strumenti, capace di interrogarsi, con una soglia alta di consapevolezza emotiva ed educativa. Questo mi ha portato a riflettere con urgenza: che cosa tiene lontane le famiglie dal supporto proprio quando sarebbe più necessario? Perché proprio lì dove la fatica si mostra più intensa, il sostegno sembra diventare più difficile da accettare?
Una possibile risposta risiede, credo, nella normalizzazione della fatica. In molte narrazioni familiari, il disagio, la stanchezza cronica, la frustrazione quotidiana non vengono percepiti come problemi da affrontare, ma come condizioni inevitabili della genitorialità. Come se essere genitori coincidesse con un logoramento costante e ineluttabile.
“Non dormo mai una notte intera”, “non riesco più a lavarmi in pace”, “sono anni che non esco con un’amica”, “alla prima difficoltà esplodo”, “non so più chi ero prima dei figli”: frasi come queste, ascoltate mille volte, non sono sintomi isolati di disagio, ma spesso espressioni di una rinuncia silenziosa. Alla propria identità, al proprio benessere, alla possibilità stessa di vivere la genitorialità in modo più equilibrato.
Eppure – ed è questo il cuore della questione – esiste un’altra via. Una genitorialità che non nega le difficoltà, ma le attraversa con strumenti, alleanze e nuove possibilità. Winnicott ci ricorda che non esiste il genitore perfetto, ma quello “sufficientemente buono”: una figura capace di essere presente, imperfetta, ma autentica. Daniel Stern ha sottolineato l’importanza del “senso del sé genitoriale”, ovvero di come il genitore percepisce e narra sé stesso nella relazione con il figlio: quando questa narrazione è intrisa di colpa, isolamento e fatica senza nome, è difficile pensare che si possa stare meglio.
Il primo passo è riuscire a immaginare. Immaginare che si possa costruire una relazione educativa fondata sul rispetto reciproco, sulla cura e sull’equilibrio. Per chi ha conosciuto solo la fatica, questo passaggio può sembrare quasi impossibile: eppure è proprio dall’immaginazione che nasce ogni cambiamento reale. Come afferma Carl Rogers, “la curiosa contraddizione è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”. È così anche per le famiglie: solo quando riconosciamo la fatica come tale, possiamo iniziare a desiderare di trasformarla.
Ecco perché il mio lavoro parte sempre da qui: dare il permesso di immaginare. Aiutare i genitori a credere che esiste una genitorialità diversa, più sostenibile, più umana. Un modo per esserci, senza annullarsi. Per amare, senza perdersi.
Se senti che tutto questo ti parla, è il momento giusto per iniziare.

