Quando la memoria dei nostri genitori cambia: dall’invecchiamento fisiologico alla riabilitazione cognitiva
Non tutte le dimenticanze sono un segnale di malattia.
Cosa cambia nel cervello con l’età, quando è utile approfondire e quali possibilità offrono oggi la riabilitazione cognitiva e le tecnologie digitali.
Per molti anni siamo stati noi i figli. Poi può arrivare un momento in cui iniziamo a osservare i nostri genitori con uno sguardo diverso. Una domanda ripetuta, un appuntamento dimenticato, una difficoltà nuova nell’organizzare qualcosa che prima sembrava automatico.
La prima associazione è quasi sempre la memoria. La seconda, spesso, è la paura della demenza.
Tra una dimenticanza occasionale e una patologia neurodegenerativa esiste però una realtà molto più complessa. Il cervello cambia durante tutto l’arco della vita e non ogni cambiamento cognitivo è il segnale di una malattia.
Cosa cambia con l’età e quando è utile approfondire
Con l’invecchiamento possono modificarsi alcuni aspetti del funzionamento cognitivo: può diminuire la velocità di elaborazione delle informazioni e può essere necessario più tempo per recuperare un nome o un ricordo. Dimenticare occasionalmente qualcosa e ricordarlo in seguito non equivale, da solo, a un deterioramento cognitivo.
Merita maggiore attenzione un cambiamento persistente rispetto al precedente funzionamento della persona, soprattutto quando aumenta nel tempo o comincia a interferire con la quotidianità.
E non dobbiamo osservare soltanto la memoria. Il funzionamento cognitivo comprende attenzione, linguaggio, funzioni esecutive, capacità visuospaziali e altri processi che ci permettono di orientarci, pianificare, risolvere problemi e svolgere le attività di ogni giorno.
Una persona può quindi ricordare relativamente bene e iniziare, per esempio, ad avere difficoltà nell’organizzare attività abituali, trovare le parole o orientarsi in contesti conosciuti. Nessuno di questi segnali consente da solo di formulare una diagnosi, ma un cambiamento significativo può indicare l’opportunità di una valutazione.
MCI, demenza e Alzheimer: non sono la stessa cosa
Tra l’invecchiamento fisiologico e la demenza troviamo il Mild Cognitive Impairment (MCI), o deterioramento cognitivo lieve. Nell’MCI è presente un declino di una o più funzioni cognitive rispetto al precedente funzionamento, mentre l’indipendenza nelle attività quotidiane rimane sostanzialmente preservata.
MCI non significa automaticamente demenza e non tutte le persone con MCI seguiranno la stessa evoluzione.
Anche demenza e Alzheimer non sono sinonimi. La demenza è una sindrome caratterizzata da un deterioramento cognitivo tale da compromettere significativamente l’autonomia. La malattia di Alzheimer ne rappresenta la causa più frequente, ma esistono anche forme vascolari, demenza a corpi di Lewy e demenze frontotemporali, che possono presentarsi con profili differenti.
È per questo che la valutazione clinica e neuropsicologica è fondamentale: permette di ricostruire il profilo cognitivo della persona e interpretarlo all’interno della sua storia e del quadro clinico complessivo.
Riabilitazione cognitiva: non significa semplicemente “allenare la mente”
Il cervello mantiene anche in età adulta capacità di modificare il proprio funzionamento in risposta all’esperienza e all’apprendimento: è il principio generale della neuroplasticità. Questo non significa che esercitare la memoria possa impedire o arrestare una malattia neurodegenerativa, ma costituisce una delle basi teoriche degli interventi cognitivi.
È importante distinguere tre concetti.
La stimolazione cognitiva coinvolge globalmente diverse funzioni attraverso attività strutturate. Il training cognitivo utilizza esercizi ripetuti rivolti a specifiche capacità. La riabilitazione cognitiva è maggiormente individualizzata e orientata anche al funzionamento della persona nella vita quotidiana.
Non è una distinzione puramente terminologica. Le linee guida italiane raccomandano la stimolazione cognitiva per i sintomi cognitivi nella demenza lieve-moderata e considerano la riabilitazione cognitiva per sostenere le capacità funzionali. Nell’MCI raccomandano il training cognitivo e considerano la riabilitazione cognitiva per sostenere cognizione e indipendenza.
La domanda, quindi, non è semplicemente come allenare la memoria, ma quali funzioni sono cambiate, quali sono preservate e quali obiettivi sono significativi per quella specifica persona.
Quando la riabilitazione incontra il digitale
Negli ultimi anni anche gli strumenti utilizzati per il training cognitivo sono cambiati. Computer e tablet permettono di proporre attività strutturate, graduarne la difficoltà e raccogliere sistematicamente le prestazioni.
Una meta-analisi pubblicata nel 2024 su npj Digital Medicine ha analizzato 35 studi randomizzati controllati sul computerized cognitive training in persone con MCI o demenza. Nei 1.489 partecipanti con MCI sono emersi miglioramenti nella memoria verbale, visiva e di lavoro, con evidenze di certezza moderata. I risultati sono stati più consistenti negli interventi supervisionati. Nelle persone con demenza le evidenze sono invece meno solide.
È un dato particolarmente interessante: la tecnologia può ampliare le possibilità del professionista, ma acquista significato all’interno di un percorso strutturato e supervisionato.
Brainer Professional: la tecnologia al servizio della riabilitazione cognitiva
È in questo scenario che si inserisce Brainer Professional, piattaforma web dedicata alla riabilitazione cognitiva e progettata come strumento di lavoro per il neuropsicologo.
Brainer nasce nel 2006 all’interno di I3P, l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino. Secondo il white paper dell’azienda, dall’ottobre 2012 Brainer Professional è certificato come dispositivo medico di classe I con marchio CE.
La caratteristica interessante è proprio la distanza dai comuni programmi di “brain training” utilizzati autonomamente. In Brainer è il professionista a costruire il percorso sulla base del profilo e degli obiettivi della persona.
La piattaforma consente di creare profili di esercitazione personalizzati, selezionando attività rivolte a differenti aree cognitive e modulandone la difficoltà. Il white paper descrive un sistema complessivo di 124 esercizi distribuiti nelle cinque aree cognitive considerate dal programma.
Questo permette di lavorare su un principio fondamentale della riabilitazione: due persone con la stessa diagnosi non hanno necessariamente lo stesso profilo cognitivo. Le difficoltà, le capacità preservate e gli obiettivi possono essere differenti, e il percorso deve poter essere adattato di conseguenza.
Non solo esercizi: monitorare il percorso
Brainer integra una cartella clinica nella quale il professionista può raccogliere dati anamnestici, informazioni relative a patologie e terapie farmacologiche e risultati di test. La piattaforma registra inoltre le prestazioni ottenute durante le esercitazioni e permette di visualizzarne l’andamento attraverso rappresentazioni grafiche.
Il professionista può così osservare nel tempo l’esecuzione degli esercizi e modificare il profilo di training quando necessario.
Un’altra possibilità è la domiciliazione: alcune attività possono essere assegnate affinché vengano svolte a casa e i risultati restano consultabili dal professionista. Quando necessario, la documentazione prevede anche il coinvolgimento del caregiver.
È probabilmente qui che il digitale mostra una delle sue applicazioni più interessanti: non nell’automatizzare la riabilitazione, ma nel permettere personalizzazione, continuità e monitoraggio mantenendo il professionista al centro del percorso.
Quando chiedere una valutazione
Una dimenticanza occasionale non dovrebbe trasformarsi immediatamente nella paura di una demenza. È invece opportuno rivolgersi al medico quando compare un cambiamento persistente rispetto al funzionamento abituale, soprattutto se le difficoltà aumentano o iniziano a interferire con attività precedentemente gestite in autonomia.
Il primo obiettivo non è stabilire in famiglia se si tratti di Alzheimer, ma comprendere perché qualcosa sta cambiando.
Solo dopo un adeguato inquadramento è possibile individuare l’intervento più appropriato.
Perché la riabilitazione cognitiva non consiste semplicemente nel chiedere a una persona di ricordare di più o di eseguire più esercizi. Al centro rimangono le sue capacità preservate, le difficoltà, l’autonomia, la storia e gli obiettivi che continuano ad avere significato nella sua vita.
Quando la memoria dei nostri genitori cambia, la domanda più utile non è soltanto come possiamo allenarla?
È, prima di tutto: che cosa sta cambiando e come possiamo sostenere ciò che ancora funziona?

