“Sto imparando a lasciare agli altri il diritto di fraintendermi”: intervista a Michela De Mattio
Medico internista, maratoneta e scrittrice. Michela De Mattio racconta il rapporto con i ruoli, il desiderio di scrivere e la libertà di non lasciare che una sola parte di noi definisca tutte le altre. Una conversazione sull’identità, sulle relazioni e sul coraggio di concedersi la possibilità di cambiare.
Oltre le definizioni: un nuovo spazio di conversazione
Siamo abituati a presentarci attraverso ciò che facciamo. Una professione, un titolo, un ruolo familiare, una responsabilità. Sono informazioni che permettono agli altri di collocarci rapidamente, di costruire un’immagine di noi e, qualche volta, di credere di averci compresi.
Ma quanto di una persona possiamo davvero conoscere attraverso le definizioni che utilizziamo per descriverla?
Da questa domanda nasce un nuovo format di Educare Oggi Editoriale, dedicato alle persone e alle storie che possono aiutarci a comprendere meglio la complessità dell’esperienza umana.
Incontreremo persone provenienti da ambiti differenti, non necessariamente accomunate da una professione o da un percorso, ma capaci di offrire prospettive significative sulle relazioni, sull’identità e sui modi in cui impariamo a conoscere noi stessi e gli altri.
Per inaugurare questo percorso ho scelto di intervistare Michela De Mattio, medico specialista in medicina interna, maratoneta e scrittrice.
La sua esperienza mi interessa soprattutto per una ragione: ci invita a mettere in discussione l’idea che, per essere riconoscibili, dobbiamo necessariamente essere una cosa sola.
Non si è meno medici perché si scrive un romanzo. Non si è meno scrittrici perché si esercita la medicina. E non dobbiamo necessariamente individuare, tra le tante parti che ci compongono, quella che merita di rappresentarci più delle altre.
Nelle sue risposte emerge un’immagine particolarmente efficace: quella di un condominio abitato da inquilini differenti, talvolta in disaccordo, che condividono lo stesso edificio senza coincidere con la sua facciata.
È una metafora che attraversa tutta la conversazione e ci accompagna verso una domanda più profonda: quanto spazio concediamo alle parti di noi che non corrispondono alle aspettative degli altri?
Chi sei quando togliamo il medico, la scrittrice e tutti i ruoli attraverso i quali normalmente ci presentiamo agli altri?
Non lo so. Tuttavia, qualche tempo fa un’amica di mia moglie le ha detto che le persone sono condomìni. Non sono stata a chiedere spiegazioni al riguardo, ma l’affermazione mi è tornata più volte in mente.
Ho pensato che fosse un’immagine perfetta. Anche perché il condominio è uno dei pochi luoghi in cui può convivere praticamente qualunque forma di umanità senza che nessuno abbia davvero scelto gli altri.
Ecco, forse sono un condominio. Anche piuttosto affollato. Ci sono inquilini che si vogliono bene, altri che si sopportano, qualcuno che prende le scale pur di non incontrare quello che sta prendendo l’ascensore.
E poi si incontrano tutti all’assemblea condominiale. C’è quello che arriva in ritardo, trafelato e sudato, quello che non ascolta una parola e vota lo stesso, quello che prende appunti come se ne dipendesse il futuro dell’intero Occidente. Insomma, siamo parecchi e non sempre siamo d’accordo.
Poi ci sono i ruoli. I ruoli sono la facciata. Possono essere bellissimi, prestigiosi, persino rassicuranti.
Sulla mia porta c’è una targa enorme, in ottone, con scritto Medico. Se la smonto, il precisino dell’ultimo piano me ne mette subito un’altra.
È che sapere cosa c’è scritto sul citofono non significa conoscere chi abita nel palazzo.
Il problema è che spesso finiamo per guardarci come farebbe un amministratore un po’ sbrigativo: nome, cognome, professione, scala A, quarto piano. Pratica archiviata. Peccato che dentro, nel frattempo, ci sia un’assemblea condominiale permanente e qualcuno stia probabilmente litigando per le biciclette lasciate nel sottoscala.
Perciò, quando tolgo medico, scrittrice e tutti gli altri ruoli, non credo di trovare finalmente una persona autentica, pura, nascosta sotto gli strati. Trovo il condominio. E mi interessa molto di più capire come far convivere tutti quegli inquilini senza lasciare che la maggioranza decida che uno di loro può essere chiuso in cantina.
Quanto è difficile non diventare il ruolo nel quale gli altri hanno imparato a riconoscerci?
Molto. Anche perché, prima ancora che siano gli altri a infilarci dentro un ruolo, spesso ci siamo già entrati da soli e abbiamo pure chiuso la porta.
I ruoli sono seducenti. Semplificano, rassicurano e alcuni solleticano l’ego. Quello del medico, per esempio, ha una facciata splendente. Dici «sono un medico» e capita ancora che qualcuno ti guardi come se fossi una specie di Messia con il fonendoscopio al collo. C’è tutta quella retorica della vocazione, della missione, del salvare vite. I medici, però, non salvano vite: curano le persone. Possibilmente bene.
Un panettiere ha il dovere di fare il pane migliore che può, il medico quello di prestare la cura migliore che può. Naturalmente abbiamo responsabilità diverse, ma nessuno dei due, credo, è stato investito direttamente dal Signore.
Il problema nasce quando il ruolo smette di dire che cosa facciamo e comincia a pretendere di dire chi siamo.
E questo, in medicina, vale anche dall’altra parte. Un paziente non è la sua diagnosi. La diagnosi è uno strumento, una lingua che ci serve per capire che cosa sta succedendo e decidere come impostare una cura. Non è una definizione della persona.
Se comincio a vedere «un diabetico», «un oncologico», «un depresso» invece di una persona che ha anche quella malattia, ho preso un inquilino e gli ho intestato abusivamente l’intero condominio. È una cosa che tengo sempre a ricordare ai miei pazienti.
Poi c’è un’altra fregatura. Quando non ne possiamo più, iniziamo a sentire il ruolo come qualcosa che ci sta stretto. Una camicia di forza. Ma spesso possiamo stare nel ruolo come in una tuta da sci di tre taglie più grande. Ci possiamo nascondere dentro e nessuno se ne accorge. Il problema è che, dopo un po’, non vedi più chi c’è dentro. Hai strati di spazio attorno.
Quindi non credo che dobbiamo liberarci dei ruoli. Piuttosto evitare che un singolo inquilino, magari perché ha la targa più luccicante sulla porta, si autonomini amministratore dell’intero condominio.
C’è una parte di te che hai dovuto difendere per evitare che venisse sacrificata a ciò che “dovevi essere”?
In realtà ribalterei la domanda. Non credo ci sia una parte di me che ho difeso. Ce n’è una che non ho difeso abbastanza: il mio tempo.
E nel tempo che non difendi spesso finiscono i desideri. O, per tornare al mio condominio, alcuni inquilini.
Io credo di aver sedato almeno uno di loro, da buon medico che ha lavorato molti anni in Pronto Soccorso. L’ho messo in un grosso scatolone. Una bara, in pratica. L’ho portato in cantina. Buia, umida, con una lampadina triste che pendeva dal soffitto. Un giorno ho trascinato lo scatolone, pesante, in garage. Un posto un po’ più luminoso, dove ogni tanto arrivavano i fari della mia macchina. Solo più avanti ho trascinato fuori lo scatolone. E l’ho aperto.
Dentro c’era l’inquilino del quarto piano. Un tipo un po’ timido che fa finta di non esserlo, che legge continuamente e passa un sacco di tempo a scrivere. Ho capito che non dovevo difenderlo dagli altri. Dovevo smettere di essere io quella che lo teneva rinchiuso.
E allora l’ho svegliato.
Quanto costa, nella vita reale, scegliere di rimanere fedeli a se stessi quando sarebbe più semplice adattarsi?
Qui ho un problema con la domanda: non mi piace molto la parola fedeltà. Mi dà un senso di immobilità. Fedeli a chi, poi? A quale parte di noi? A chi eravamo dieci anni fa? Un anno fa?
Preferisco la parola responsabilità. E la parola lealtà. Ci sento dentro un movimento.
Quindi, per me, è più una questione di assumersi la responsabilità di provare ad ascoltare le diverse parti che ci abitano, farle dialogare e soprattutto non decidere che una di loro può essere sacrificata perché disturba troppo e perché non corrisponde a quello che pensavamo di dover diventare. Responsabilità e lealtà verso le nostre parti.
Ho la sensazione che proprio nella parte che disturba spesso abiti il desiderio. Che non è l’impulso. L’impulso è rettiliano: voglio una cosa, la voglio adesso, possibilmente levatevi tutti di mezzo. Il desiderio, almeno per come lo intendo io, è qualcosa che ti sposta da un luogo a un altro, spesso persino da una versione di te a un’altra. E soprattutto è relazionale: contempla l’esistenza degli altri.
Per questo trovo che il desiderio sia rivoluzionario e, nello stesso tempo, non perda mai una certa tenerezza.
Quanto costa, allora? Mah, può costare sicurezza, approvazione, qualche volta relazioni. Ma adattarsi ha un prezzo più alto. E forse quello che mi spaventa di più è che l’adattamento non ha movimento. Rimani lì. E dopo un po’ non capisci più neanche bene a fare cosa.
Che rapporto hai con il giudizio degli altri? E quanto bisogna essere, in qualche modo, sfacciati per scegliere una vita che ci somigli davvero?
Se dicessi che il giudizio degli altri non mi tocca, direi una cagata galattica. Mi tocca, naturalmente. Credo che il punto, almeno per me, sia un altro: sto imparando a lasciare agli altri il diritto di fraintendermi.
Diciamo spesso: «Ti conosco come le mie tasche». Io non so neanche se conosco così bene le mie, di tasche. Se faccio già fatica a conoscere tutti gli inquilini del mio condominio, mi sembra abbastanza pretenzioso pensare di conoscere fino in fondo quelli del palazzo di fronte.
E credo sia proprio questa multidimensionalità a rendere interessanti le relazioni. Per me, ovvio.
Le persone cambiano, si contaminano, scoprono parti di sé che non conoscevano. Quindi sì, l’altro ha anche il diritto di interpretarmi male. Posso spiegarmi, certo, ma non posso passare la vita a correggere l’immagine che gli altri hanno o vogliono farsi di me. Anche perché temo sarebbe un lavoro a tempo pieno.
Quanto alla sfacciataggine, non so se serva essere sfacciati per scegliere una vita che ci somigli. È il desiderio a essere sfacciato. Il desiderio chiede spazio, produce movimento e non si preoccupa troppo di risultare conveniente.
Per avere la sfacciataggine che mi interessa, credo serva riuscire ad accettare che qualcuno possa fraintenderti, interpretarti a modo suo, senza sentire immediatamente il bisogno di convincerlo del contrario. Che, detto da una che ha paura di non essere capita e per questo spesso tende a spiegarsi troppo, è più un romanzo in revisione permanente che un risultato raggiunto.
Medicina, corsa, scrittura: sono mondi apparentemente molto diversi. Che cosa raccontano, invece, della stessa persona?
Forse raccontano tutti la stessa mia ossessione: il corpo e la relazione.
Per me la medicina è prima di tutto relazione tra corpi. Io sono specialista in medicina interna, quindi una specie di Sherlock Holmes della medicina: raccolgo segni, sintomi, provo a metterli insieme. Ma per farlo devo ascoltare una persona, e ascoltare non significa soltanto sentire quello che dice. Ci sono le pause, i gesti, qualche volta un corpo che racconta qualcosa di diverso dalle parole. È importante guardare, annusare — qualche volta puzza il paziente, qualche volta sei tu che puzzi — e soprattutto toccare. Non si può fare il medico senza visitare il paziente. Sarebbe un po’ come fare il panettiere senza fare il pane. Allora stai alla cassa che è meglio.
Anche la corsa sembra un’attività solitaria, ma non lo è affatto. Una maratona, per esempio, è una quantità impressionante di corpi che cercano di uscire contemporaneamente da una griglia di partenza, si urtano, si superano, cedono, ripartono. E poi c’è la relazione con il proprio corpo, che dopo un certo numero di chilometri comincia a esprimere opinioni piuttosto nette sul progetto. Non ho mai creduto molto alla mistica della corsa: se al trentottesimo chilometro cominci a vedere una Madonna bellissima o un Cristo affascinante, a seconda dei tuoi gusti, probabilmente non hai raggiunto uno stato superiore di coscienza. Hai esaurito le riserve di glicogeno.
E poi c’è la scrittura. Che sembra la meno corporea delle tre e invece, almeno per me, è oltremodo fisica. Intanto passi ore seduta e ti vengono le chiappe quadrate. Ma soprattutto i personaggi finiscono per abitarti. Te li porti addosso mentre guidi, mentre cammini, mentre fai altro. A volte cominciano a parlare nel traffico e ti ritrovi a registrare messaggi vocali sullo smartphone mentre quello dietro suona perché nel frattempo è diventato verde.
Ecco, credo che per me siano corpo e relazione a tenere insieme medicina, corsa e scrittura. E non esiste neanche quella separazione pulita tra corpo e pensiero che ci piace tanto immaginare. La mente è nel corpo. E la testa, fortunatamente, è attaccata al resto. Altrimenti saremmo galline decapitate che continuano a correre per il pollaio.
“Due ma non due”: perché a un certo punto una persona che ha già un’identità professionale così definita sente il bisogno di scrivere un romanzo?
Se posso, ribalterei anche questa domanda. Perché una persona che scrive da sempre, a un certo punto, sente il bisogno di identificarsi con un ruolo professionale così totalizzante?
Ma forse è proprio il titolo del mio romanzo, Due ma non due, a spiegare il mio bisogno o, meglio, il mio desiderio. Il romanzo è oggi nelle mani della mia agenzia letteraria, Pastrengo, e sui tavoli editoriali di alcune case editrici.
Due ma non due racconta il tentativo di tenere insieme cose che il mondo ci chiede continuamente di separare: il corpo e la persona, il ruolo e la persona, quello che siamo stati e quello che siamo, come ci vedono gli altri e come ci riconosciamo.
“Due” è la necessità di separare per capire, ma “non due” è quello che succede quando c’è il desiderio di conoscere.
Io e Andrea, il protagonista del romanzo, siamo stati due quando ho iniziato a scrivere questa storia. Per gran parte l’ho scritta in terza persona. Quando ho capito, dopo anni, che la terza persona mi permetteva di controllarlo, di tenerlo al guinzaglio, ne ho capito anche il motivo: osservandolo da fuori avevo paura che potesse essere antipatico al lettore, che non piacesse. Insomma, non gli permettevo di fare quel cazzo che voleva.
Allora ho riscritto tutto in prima persona. È lì che siamo diventati “non due”. Ho dovuto smettere di giudicarlo e abitarlo. E lui mi ha portato in posti che non conoscevo.
Ci ho messo cinque anni ad arrivare alla versione definitiva, perché anche la nascita del romanzo è stata strana, se non tragicomica. Ho iniziato a scrivere di un ragazzo che nel 2005 corre la Maratona d’Europa a Trieste. Bello, spavaldo, incosciente. Uno che porta sempre il corpo oltre il limite. Che entra come wild card e vuole vincere. Che sta attaccato al culo di kenioti ed etiopi per quaranta chilometri e poi, a 500 metri dal traguardo, in quarta posizione assoluta, quando sente lo speaker annunciare che Andrea Steiner è in prima posizione nella categoria femminile, con quasi 20 minuti di vantaggio sulla seconda donna, inizia a vomitare. Passa il traguardo e sviene.
Ecco, ho chiuso il portatile. Stavo scrivendo di un ragazzo e mi sono resa conto di avere tra le mani una palla di fuoco che non sapevo se sarei stata capace di gestire.
Poi l’ho riaperto, ovvio. Ma non subito. Anzi.
Senza ancora saperlo, stavo scrivendo la storia di Andrea Steiner, un medico e maratoneta che seguiamo dai ventiquattro ai trentasette anni, tra Trieste e Milano, tra il 2005 e il 2018.
Nel 2005, a ventiquattro anni, Andrea scopre di essere intersessuale e di avere un cariotipo 46,XY. Si è sempre percepito come un uomo, anche se alla nascita è stato registrato anagraficamente come donna. Da quel momento, il suo corpo diventa un campo di battaglia, un luogo sul quale gli altri — la medicina compresa — sembrano avere continuamente qualcosa da dire, da correggere, da decidere. Ma la sua vita eccede quella condizione, così come eccede qualunque definizione.
E soprattutto la diagnosi non è la vera frattura biografica di Andrea. La vera frattura è una perdita, qualcosa che divide la sua vita in un prima e in un dopo. Trieste e Milano.
E poi c’è la corsa, che attraversa tutto il romanzo. È un crivello attraverso cui Andrea guarda sé stesso e le sue relazioni: nel corpo, nella fatica, nel modo in cui corre da solo o accanto agli altri, emergono cose che altrove riesce a nascondere, forse anche a sé stesso. Andrea corre in strada, corre in ospedale, corre dentro e fuori. Vive come corre. E corre come vive.
Due ma non due non è un romanzo sull’intersessualità. L’intersessualità è piuttosto una fenditura attraverso cui Andrea costringe anche il lettore ad abitarlo e a vivere la sua vita. La vita di un corpo bellissimo eppure non conforme. Andrea corre, lavora, ama, desidera, vince, perde, mente, sbaglia, cambia. Ha amicizie fondative, relazioni spesso incasinate, un lavoro che lo rende rigoroso, un corpo che desidera e viene desiderato.
E forse la domanda che attraversa tutto il romanzo e che ha a che fare anche con questa intervista è molto semplice: chi ha il diritto di decidere chi sono io? Che poi è una domanda che riguarda ognuno di noi.
Se dovessi scegliere una parte di te che non sei più disposta a negoziare, quale sarebbe?
L’inquilino del quarto piano. Quello un po’ timido, che poi fa finta di non esserlo. Quello che, quando finisce di fare l’altro lavoro, si mette lì e si fa venire le chiappe quadrate perché ha storie da raccontare. E che scrive per conoscere qualcosa che non sa.
Insomma, quel povero Cristo che ho sedato e sigillato in uno scatolone.
Ecco, quello lì nella bara di cartone non ci torna più.
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La riflessione di Educare Oggi Editoriale: una persona non coincide con la sua definizione
C’è un passaggio di questa conversazione sul quale credo valga la pena soffermarsi: quando Michela De Mattio racconta di aver imparato a lasciare agli altri il diritto di fraintenderla.
È una frase che contiene una questione importante nelle relazioni umane: quanto della nostra identità finiamo per costruire, modificare o nascondere nel tentativo di corrispondere all’immagine che gli altri hanno di noi?
Fin dall’infanzia impariamo a riconoscerci anche attraverso lo sguardo delle persone significative. Le relazioni contribuiscono alla costruzione del concetto di sé e ci restituiscono informazioni su ciò che siamo, su ciò che sappiamo fare e su ciò che gli altri si aspettano da noi.
Questo processo è parte dello sviluppo. Diventa però limitante quando le definizioni smettono di descrivere alcuni aspetti della persona e iniziano a rappresentarla interamente.
Accade quando un bambino diventa “quello timido”, un adolescente “quello difficile”, un adulto “quello che ha successo”. Accade anche quando una diagnosi, una professione o un’esperienza biografica diventano l’unica lente attraverso cui qualcuno viene osservato.
Le etichette semplificano la realtà. E proprio perché la semplificano, rischiano di farci perdere ciò che non riescono a contenere.
Nelle parole di Michela emerge un’altra possibilità: non eliminare i ruoli, non rinunciare alle appartenenze e nemmeno cercare un’identità definitiva nascosta sotto di esse. Piuttosto, riconoscere che possiamo cambiare, sviluppare interessi differenti, attraversare contraddizioni e continuare a essere persone intere.
Questa prospettiva riguarda profondamente anche l’educazione.
Quando incontriamo un bambino o un adolescente, infatti, non stiamo osservando una personalità conclusa. Stiamo incontrando una persona in evoluzione, le cui possibilità non possono essere dedotte interamente dai comportamenti che manifesta oggi.
E forse uno dei compiti più importanti di chi educa è proprio questo: non confondere ciò che una persona mostra in un determinato momento con tutto ciò che quella persona è, o potrà diventare.
Michela racconta di aver tenuto a lungo chiusa in uno scatolone la parte di sé che desiderava scrivere. Non perché quella parte non esistesse, ma perché per molto tempo non aveva trovato spazio.
È un’immagine che ci ricorda quanto possa essere importante, nelle relazioni, lasciare agli altri la possibilità di sorprenderci.
Di cambiare idea. Di scegliere una strada inattesa. Di essere qualcosa che non avevamo previsto.
Perché conoscere una persona non significa aver trovato finalmente la definizione giusta per descriverla.
Significa continuare a riconoscerla anche quando quella definizione non basta più.

